venerdì 29 marzo 2013

predicare e ruzzolare


E' la stagnante e assurda voglia di essere felici che talvolta ci impedisce, posizionandoci due fette di bresaola davanti agli occhi, di accorgerci che lo siamo già. E' pateticamente stupida la razza umana, noncurante del giro di boa alle montagne russe che la storia ci sta facendo passare attraverso, si perde dietro l'ultimo spot, o al penultimo centro commerciale, o alla terzultima macchina da comprare ed esibire in comodi bollettini postali, o al quartultimo salone di bellezza, e non ci si accorge che tutto va mutando. E' ci si indossa comodi e griffati abiti di sopravvivenza, s'aspetta un dio qualsiasi che stenta ad arrivare, ci si cosparge il capo di cenere, e poi si passa il ddt sui profughi della guerra del petrolio, e ci si nutre di paure o si fa finta. E dio, o chi ne fa le veci, ci osserva come si guardano i programmi di Ferrara, e si schifa perennemente. Ma se ci fece a sua immagine, c'è qualcosa che non quadra, forse un virus, oppure un trojan. E la corsa alla sopravvivenza e all'approvvigionamento ci impedisce di pensar comune, l'ego prende il sopravvento e ci si barcamena per sentieri a cercare di evitare le miserie umane. E miseri, a spirale ruzzoliamo, come pietre rotolanti, ed è difficile distinguere un sorriso da una rèclame di dentifrici. E andremo a letto dopo Carosello quando lo decideremo noi, non Carosello. E quando non è voglia d'essere felici, è la paura ad apparire. E la stagnante e assurda paura di essere felici speriamo solo termini giusto un istante prima di toccare il fondo. Giusto un millimetro.

© salvatore digennaro


lunedì 25 marzo 2013

La ragione del viaggio


Si viaggia per andare a studiar fuori, o per lavoro, si viaggia per raggiungere il proprio bene, o per andare a farsi curare, si viaggia per scoprire posti nuovi o per sparire da posti vecchi. Si viaggia a 1000 all'ora a fari spenti nella notte, e lo si fa a uno all'ora colle pupille attaccate al parabrezza. Si viaggia guardando fuori dal finestrino e ogni tanto cambiando il fuoco ci si guarda attraverso gli strati di polvere, e ci si parla. Si viaggia per cercare motivazioni e si smette spesso di viaggiare dietro i sogni, troppo spesso. Si viaggia per fughe, per ideali, per turismo, per affari, per manie di grandezza e perchè non si aveva niente da fare. Si viaggia per dire, per fare e per baciare, si viaggia per continuare a baciare. Si viaggia in fondo soli o in compagnia di un'idea o di una dea. Si viaggia nella rete e nelle reti a volte si cade. Si viaggia quando bisogna lasciarsi dietro i problemi, e lo si fa per andare a cercarli. Si viaggia con la mente, molto, troppo, e talvolta ci si aiuta a farlo. Si viaggia stando fermi al capolinea, diventando capolinea. Si viaggia per necessità o per fortuna, o per sfortuna. Si viaggia per amore o per non morire o per morire. Si viaggia per cercare un posto dove stare e lo si fa perchè il posto c'è e non lo si vuole accettare. Si viaggia perchè si è stanchi di star fermi e lo si fa per stato di necessità. Si viaggia per leggere da soli, per stare un po da soli e per origliare un poco. Si viaggia per trovare sempre un motivo per viaggiare. Si viaggia per viaggiare.


© salvatore digennaro


giovedì 14 marzo 2013

L'ipermercato



Quand'ero piccolo c'erano in giro per il paesello piccoli negozietti, empori di merce ammassata che servivano i beni di prima necessità ad ogni singolo rione. E solitamente avevano nomi umani, che riportavano alla mera proprietà dell'esercizio: si chiamavano Angelina, o Nenetta, o Margherita, o ancora nomignoli, per di più soprannomi. Ci si conosceva tutti, la salumaia, che era anche cassiera e addetta alle pulizie, chiamava per nome i clienti e sovente capitava che la mamma telefonava, ordinava e magari io passavo solo a prendere la spesa. Poi vennero i supermarket, più forniti, col personale in divisa, e iniziarono a chiudersi le bottegucce. E con essi le prime raccolte punti, e i carrelli, e le offerte. E già la poesia di andare, incontrare, parlare, iniziava a latitare. L'altro giorno mi han portato a fare una passeggiata in un ipermercato. Stipati come sardine in una scatola di latta abbacinante una domenica di carnevale. La gente sorrideva e spendeva, abbagliata dalle lucine, i bambini vestiti a maschera strisciavano tra i coriandoli per terra e urlavano, falsi brasiliani si producevano in falsi samba, e non mi son mai sentito così solo, e c'erano migliaia di persone. Ho preso il ricordo atavico degli odori del piccolo alimentari della mia infanzia e l'ho stretto a me come ossigeno per non impazzire, mi son lasciato la bolgia festante e spendente alle spalle. Mezzora di centro commerciale e poi la fuga, l'aria. Non so come può essere l'inferno, ma credo di esser sopravvissuto alla cosa che più gli somiglia. Mancano solo i codici a barre per i clienti. Ma ci stiamo lavorando.


© salvatore digennaro


mercoledì 13 marzo 2013

Amarcord

E alla fine si metteva su un vinile e ci si lasciava andare alla musica per 23 minuti, tanto durava un lato più o meno, ci si lasciava attraversare dalle note finché terminati i solchi, la puntina graffiava e griffava il 33 giri, ruvidamente, fino all'etichetta, fin quando meccanicamente ritornava al posto, il piatto si fermava e cominciava la spasmodica attesa d'un volontario che girasse il disco, facesse ripartire il viaggio, per manco mezzora di preghiera laica. Poi arrivò il cd, poi l'mp3, e la poesia s'arenò. Il telecomando aveva otto tastini con i numeri, il volume, la luminosità, il contrasto, il colore, il tasto verde per il mute e quello rosso che spegneva, e s'accendeva con un numero qualsiasi, che non lo era quasi mai qualsiasi, e a parte qualche partita, qualche film, qualche cartone o qualche programma illuminato, od il tg o i telefilm, e di mondezza ce n'era ancora poca. Poi arrivò il televideo, e poi le De Filippi varie e poi ancora il digitale, terrestre e extraterreste, ed anche li, ammesso ce ne fosse, la poesia finì. E per sentire una ragazza, e magari uscirci, dovevi chiamarla a casa, da casa tua o dal telefono a gettoni o a scheda, e magari riattaccavi se ti rispondevano la mamma o il padre, o assoldavi un amica per chiamarla e poi te la facevi passare. E se poi ci si vedeva, era una meraviglia andar per campi, e, senza nessuno che potesse disturbarti, magari col freddo di dicembre e l'afa di agosto del tipo “o sauna o zanzare”, respirar poesia. Ma poi arrivarono i telefonini, e il web, e i social network, e la cyberpoesia non ha la stessa intensità, e soprattutto sul piu' bello qualcuno mandato dagli dei a romperti i coglioni all'improvviso tecnologicamente appare, qualcosa squilla o trilla. Manco un attimo da soli, da solo, a dettare i tempi solo tuoi o forse “Sei solo. Non lo sa nessuno. Taci e fingi” , come diceva il buon Pessoa.


© salvatore digennaro


giovedì 21 febbraio 2013

chiamatemi Oscar

Tra domenica 24 e lunedì 25 febbraio, al Dolby Theatre di Hollywood, andranno in scena gli Oscar 2013. "Lincoln" di Spielberg, che parla di un grande statista, è destinato a vincere parecchie statuette. D'altronde il buon Steven di oscar ne ha vinti parecchi,  con "Schindler's List"  ben sette. Schindler si chiamava casualmente Oscar . Frattanto Pistorius, anch'egli Oscar, dopo essere stato l'eroe, come Armstrong, adesso è l'antieroe, come tutti, quindi ha definitivamente, e involontariamente messo allo stesso livello gli abili e i diversamente abili. Entrambi capaci di fare bene o fare male Tra il bene e il male, lunedì 25 e martedì 26 sarà ben chiaro agli italiani di che morte(politica) periranno. Oscar Giannino, se giungerà ad essere eletto, si dimetterà, perché ha mentito sul suo curriculum di studi. Che poi sia bravo a scrivere o che le sue idee politiche sian buone o meno, sarà giudizio dei posteri. Ma alla storia passerà(sic) il fatto che si sia inventato di sana pianta una laurea e due master, e pace all'anima sua. L'oscar sorrisi e canzoni, o meglio , il telegattone, sicuramente , essendo capolista PDL praticamente dappertutto, riuscirà ad entrare in parlamento per la "n" volta, in barba alla falsa laurea alla Sorbonne millantata, alle nipotine di Mubarak e al baratro dove c'ha portati nell'ultimo ventennio da politico, e nell'ultimo trentennio da imbonitore. L'italiota è capra di natura, ma sarebbe bello che il cavaliere al posto dell'Imu ci restituisse un paese e una dignità. Grandi statisti non ci si autonomina. E attendendo di sapere chi vincerà l'oscar, e chi le elezioni, ed auspicando un "Lincoln" de noantri,   attenderemo nuove, e magari scopriremo se Pistorius ha sparato alla fidanzata credendola un ladro, oppure avrebbe fatto meglio a sparare a un ladro, scambiandolo per la fidanzata.


© salvatore digennaro


sabato 26 gennaio 2013

CODEX


Quante volte a scuola ci sarà capitato di aver ragione rispetto ad un insegnante e la voglia di sfanculizzarlo giustamente si trasforma in un formale ben educato “Professore, secondo me non è come dice lei...”. Lì, capisci che ci son dei paletti alla tua libertà di parola. Se non l'hai già capito con la tua famiglia, poi dipende dalla famiglia. Da quel momento, l'esistenza tutta si costella di codici di comportamento più o meno indotti, ovunque. Sul tuo fottuto e il meno possibile precario posto di lavoro, nell'interagire con i vari ambienti del tuo errare, col parentame tutto, qui a sud il parentame conta. Poi a un certo punto ti chiedi: “non lo so se a vita mi piacerà sta vita”; e decidi di costruirtela al meglio, come vuoi, e magari ti arriva pure il colpo di fortuna di non esser solo in questa scelta. Allora inizi a sondare un altro mondo possibile, rispetto al nordafrica arcoriano all'amatriciana con polenta, del quale sei volente, nolente e democraticamente suddito. E scopri luoghi costruiti a misura di bambino, con intelligenza, investimenti oculati, e il medio lungo termine come obbiettivo, sparse per il pianeta. La rete aiuta. E ti girano le sfere. Perchè non crescere sul territorio seguendo questi esempi ispirati? Perchè qui, al sud del sud è murgia. E la murgia è pietra, cominciando dalle teste dei murgiani. Perchè vige il poco , maledetto e subito, sempre. Perchè, forse, abbiamo la classe dirigente meno illuminata della storia, o meglio ancora, abbiamo sempre la solita classe dirigente di sempre, piccola come un temperamatite, e perspicace come un ago di pino. Al che smadonnando in silenzio, ti rivien la voglia di sfanculizzare tutti come una volta, ma a lavar la testa all'asino, si perdon tempo, acqua e sapone, e alla fine si consuma anche la testa del povero quadrupede. E ti vesti del tuo consueto abito di educazione, e tutto è un ologramma, paletti compresi. E ci passi inesorabilmente attraverso.


© salvatore digennaro


venerdì 11 gennaio 2013

(SERVIZIO PUBICO)

 

apro e chiudo parentesi.
Ma a Nonno Papi Noè(mi)
domande sulla p2, la p3 e la p4, sulla Diaz, su Mangano, sulla Mondadori, sulle società off shore, sull'editto bulgaro, sulle parole di Borsellino circa le stragi di mafia, sul conflitto di interessi, sulla patrimoniale mai voluta, sull'affaire digitale terrestre, sulla farsa della ricostruzione dell'Aquila, sugli interventi militari, sulle leggi ad personam, sulle "bottane industriali" e le "bottanate industriali", sul suo testimone di nozze col garofano, su Previti e Squillante e su che cazzo ci faceva al 18esimo compleanno di una ragazzina della Campania, ce ne son state?



© salvatore digennaro


l'infine

L'infine Affonderemo danzando, come la sala da ballo del Titanic  o creperemo testando improbabili ricette. Berremo la cicut...